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Podcast: La Leggenda del drago di Venosa

Drago
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L’aria era immobile e pesante, gravava su Venosa, un silenzio carico di terrore inespresso. Ai margini del paese, antiche pietre disegnavano il profilo della Chiesa di San Giovanni. Costruita sulle rovine romane, la Chiesa custodiva tra le sue mura secoli di storie. Ma nessuna così agghiacciante come quella che si stava svolgendo ora. Iniziò con un urlo.
Fra Anselmo, un giovane Monaco devoto, usci barcollando dalla Chiesa, aveva gli occhi sbarrati dal terrore. Respirava a fatica. Qualcosa si nascondeva nell’oscurità della Chiesa, qualcosa di mostruoso. Le sue parole uscivano sconnesse, concitate, frenetiche. Gli abitanti del villaggio ascoltavano, la loro paura rifletteva quella del Monaco. La creatura sosteneva Anselmo, era come niente che avesse mai visto. Si muoveva con velocità innaturale, i suoi occhi brillavano di una luce infernale. La sua descrizione, seppur fragmentaria, parlava di un incubo che aveva preso forma. Il panico si diffuse nel villaggio, le madri stringevano a sei figli. Gli uomini impugnavano armi rudimentali, i volti cupi, una paura antica, sopita da generazioni, si risvegliava nei loro cuori.
Era un demone?
Un emissario del diavolo, mandato a punirli per i loro peccati?
Le teorie si diffondevano di bocca in bocca, ognuna più bizzarra della precedente. Gli anziani del villaggio, i volti segnati dalla preoccupazione, si riunirono nella piazza del Paese. Discrutevano sul dafarsi. La paura era un potente motore, ma lo era anche la fede. Padre Lorenzo, il parroco del villaggio, uomo di ragione e di fede, ascoltava attentamente. Studiava i volti dei suoi parrocchiani, la loro paura palpabile.
Il suo sguardo cade su Anselmo, ancora tremante, con il viso terreo. Il terrore del giovane Monaco sembrava sincero. C’era qualcosa di terribilmente sbagliato. I giorni si susseguivano alle notti, la creatura rimaneva nascosta nella chiesa.
Le voci sulla sua presenza si diffuserò a macchia d’olio. I viaggiatori evitavano Venosa, i mercanti si rifiutavano di commerciare. Il villaggio, un tempo vivace centro, era avvolto dalla paura.
La creatura, qualunque essa fosse, gli aveva imprigionati nelle loro case.

In una notte senza luna, un gruppo di abitanti del villaggio, armati di forconi e torce, decise di affrontare il terrore. Guidati dal fabbro, un uomo gigantesco di nome Fabio, si avvicinarono alla chiesa. Fabio, con il volto una maschera di determinazione, spalanco i pesanti portoni di quercia.
La puzza di marcio li investì come un pugno nello stomaco e poi lo videro. Accuciato nel santuario, tra le panche rovesciate e le vetrate infrantumi, c’era la creatura.
Non era un demone come avevano temuto.
Era qualcosa di molto più antico, di molto più primordiale.
Le scaglie brillavano sotto le loro torce, riflettendo la luce in mille sfumature iridescenti. I suoi occhi freddi e da rettile si posarono sui loro. Un sussulto collettivo sfuggì dalle loro labbra. Non era una creatura dell’inferno, era un drago.
Il mostruoso rettile si bilò, un suono che sembrò congelare l’aria stessa. Il suo collo serpentino si inarcò all’indietro e una colonna di fumo sulfureo gli usci dalle narici. Gli abitanti del villaggio, dimenticato per un attimo il loro coraggio, indietreggarono.
Si erano imbattuti in una leggenda, una creatura che si pensava esistesse solo nei miti e nei racconti. Ma era reale!
Ed era lì, nella loro chiesa, nel loro villaggio.
La decisione di bruciare la chiesa non fu presa alla leggera.
Per generazioni San Giovanni era stato il cuore di Venosa. Era il loro santuario, il loro legame con il divino. Ma ora era diventata una prigione, una gabbia che ospitava una creatura di immensa potenza e furia. Gli anziani, con i volti cupi, giunserò a un accordo.
Avrebbero sacrificato la chiesa per salvare le loro anime.

Gli abitanti del villaggio, con i volti segnati da un misto di dolore e determinazione, raccolserò fasci di legna secca e paglia. Li ammucchiarono contro i muri della chiesa, i loro movimenti meccanici, i loro cuori pesanti. Padre Lorenzo, con la voce rotta dall’emozione, li guidò in preghiera. Pregò per il perdono, pregò per la liberazione. E poi, con il cuore pesante, battè la pietra focaia contro l’acciarino, incendiando la pira. Le fiamme divamparono per tutta la notte, consumando secoli di storia. Gli abitanti del villaggio guardarono in silenzio la chiesa, il loro santuario, trasformarsi in cenere. I ruggiti del drago riempivano la notte, una sinfonia di rabbia e dolore.
Poi, il silenzio.

L’alba dipinse il cielo con sfumature di rosa e arancione. Dalle ceneri di San Giovanni si levarono volute di fumo, che portavano con sé l’odore di legno bruciato e qualcosa altro. Qualcosa di antico, qualcosa di primordiale. Gli abitanti del villaggio si avvicinarono alle rovine, con i volti segnati da un misto di sollievo e dolore. Lì, tra le travi annerite e il metallo fuso, giaccevano i resti della bestia. Le sue scaglie, un tempo vibranti, erano ora opache e senza vita. I suoi occhi, un tempo pieni di fuoco, erano ora orbite vuote che fissavano ciecamente. Il drago di Venosa non c’era più.
Lentamente, la vita tornò a Venosa.

Il mercato tornò a brulicare. I bambini giocavano per le strade, ma il ricordo del drago alleggiava ancora una ghiacciante monito dell’oscurità che si celava sotto la superficie del loro mondo. La chiesa fu ricostruita, a testimonianza della loro resilienza. Ma alcuni dicono che nelle notti più tranquille, quando il vento soffia tra le rovine, si può ancora sentire l’eco del rugito del drago.
Un eco fantasma di una leggenda rinata.

BM

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